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Nigredo: L'Opera al Nero
(20/05/2010)

Documento senza titolo

 

“Non tutto ciò che è Nero è buio,
non tutto ciò che è Oscuro è Male,
non tutto ciò che è Morte è Fine,
ma è, misteriosamente, Luce, Vita e Principio
di un anelito divino che brama al suo manifestarsi,
rinchiuso nel ventre di sua Madre!”

Eleazar


La Grande Opera è il percorso trasmutativo attraverso cui i più grandi alchimisti di tutti i tempi tentarono di realizzare la famosa “Pietra Filosofale”.

Loro stessi, attraverso criptici scritti e impenetrabili allegorie, attestano che questa famosa pietra, o magica “tintura”, avesse il potere miracoloso di trasformare tutto in “Oro”.

E’ chiaro che per “Oro” si intendesse la realizzazione di qualcosa di incorruttibile, di immortale e di perennemente luminoso come, appunto, sono le qualità dell’oro tra i metalli.

Alchimisti al lavoro

Ma ciò che spesso ripetono, soventemente, è che l’origine di questo “Lapis Occultum” è sicuramente di “misera” ed “infima” natura (da qui:“…la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra angolare!”).

Il lavoro alchemico è quindi basato tutto sulla purificazione e rettificazione di questa materia, dissolvendone il “corpo” e materializzandone lo “spirito”.
Questo processo avviene attraverso sette momenti principali (corrispondenti ai sette pianeti e ai sette metalli, passando dal piombo all’oro) e in tre diverse fasi:

Nigredo: la materia si dissolve putrefacendosi (Opera al Nero).

  • Soluzione (3)
  • Putrefazione (7)
  • Distillazione (6)

Albedo: la materia si purifica sublimandosi (Opera al Bianco).

  • Sublimazione (2)
  • Coagulazione (5)

Rubedo: la Materia si ricompone fissandosi (Opera al Rosso).

  • Fissazione (4)
  • Lapidificazione (1)

Ma fra tutte le tre fasi, forse quella più complessa è proprio la“Nigredo”.

Questo essenzialmente perché, come avviene per l’automobile, l’energia che si impiega  per “l’accensione” e la “messa in moto” della “macchina” è sempre maggiore di quella impiegata nella fase a regime.

E’ un lavoro terribile! Dove l’essere deve lottare contro la sua stessa natura, contro le leggi da cui è composto, contro l’essenza stessa del suo istinto di sopravvivenza.

E’ la fase della scomposizione, la fase della morte, di tutto ciò che è struttura, di tutto ciò che è identificazione e, apparentemente, individualità.

E’ una fase di abbandono, in cui ”l’operante” si ritrova a dover morire continuando a vivere.

E’ un processo sovrumano, che richiede Forza, ma, soprattutto, Volontà!

La Nigredo è la morte apparente dell’Anima.

E’ la principessa, addormentata nel bosco, che attende di essere risvegliata dalla Forza d’Amore.

La bella Addormentata nel bosco e il suo principe

Non a caso la Luce nasce dalle Tenebre.

Questo a significare che nelle Tenebre stesse è nascosto il seme della Luce!

Nel “Mutus Liber” - il trattato alchemico che descrive le varie fasi dell’Opera attraverso immagini allegoriche e simboliche - la “Nigredo” viene spesso rappresentata da un corvo (caput corvi) ed il corvo, come sappiamo, è per antonomasia un uccello che si nutre spesso di carogne.

Da qui il suo accostamento alla fase di “Putrefazione”, fase in cui la materia perde la sua linfa vitale e marcisce nei suoi “umori”.

Il corpo è sciolto nel Mercurio (3) e putrefatto da Saturno (7), divinità del tempo, per finire poi distillato nel flusso di Giove (6).

Questa fase di putrefazione, protratta nel tempo, trascina la materia morente in uno stato di fermentazione, generato dall’incontro dell’acqua con il fuoco nascosto nel cuore della materia stessa.

L'Opera al Nero in un'immagine allegorica

Si tratta di un processo in cui la materia, perdendo la sua Forza vitale, marcisce nel fluido “acido” degli umori, sciogliendo il proprio principio di coesione (sale), e libera lo spirito vitale in lei “compresso” (zolfo), ignificando l’acqua (mercurio) e producendo in essa un fermento che a sua volta porta alla luce una nuova forma di vita.

E’ un vero e proprio ribaltamento della squadra dove il principio femminile-acido (mercurio-acqua) scatena quello maschile-basico (zolfo-fuoco) che, combattendosi reciprocamente, creano, dalla “mortificazione” della vecchia forma, una nuova vita.

E’ interessante notare ciò che avviene quando da qualsiasi pezzo di carne in putrefazione si genera vita dal nulla con la formazione di migliaia di vermi.

In sintesi, ciò a cui assistiamo è una vera e propria morte e resurrezione dell’energia vitale.

Ma il processo di “decomposizione” si verifica, chiaramente, su vari livelli, dai più grossolani a quelli più sottili, e in tutto il mondo della Natura.

Sta a noi, adesso, comprendere l’allegoria operativa per riportarla ai reali processi di distillazione della nostra anima attraverso lo spirito.

L’essere umano è fortemente attaccato alla vita.

Lo notiamo da come affronta pavido la morte.

Ma in realtà non è aggrappato alla Vita, bensì alla forma di quella vita.

E’ morbosamente attaccato a tutto ciò che lo identifica con la sua forma, con il suo ego e, soprattutto, con il personaggio e il ruolo che si è creato o che gli altri gli hanno creato intorno.

Ma non si rende conto che la Vita vera è un’altra cosa.

E’ ciò che non si distingue nel passaggio da una forma ad un’altra, è ciò che nasce nel nero umido radicale, attraverso la morte reale dell’illusione della forma.

La Vita è al di là della morte, è il fermento che nasce nel momento in cui la realtà che ci troviamo innanzi comincia a deformarsi finendo per non appagarci più.

E’ lì che il nostro Mercurio comincia a sciogliere le “sbarre plumbee” della prigione delle superstizioni e delle convinzioni che, sin dalla nascita, ci sono state inculcate.

Il Leone Verde - simbolo del "fuoco umido" che "... spezzava gli involucri che imprigionavano le sostanze ricercate, liberandole dalle loro prigioni materiali".

E’ lì che qualcosa comincia a morire dentro di noi, attraverso un dolore che è solo il sintomo di un dilaniamento, un’azione “mortificatrice”, che altro non è che “acidità mercuriale” in azione sul nostro “sale”.

Il mondo crolla, i nostri abiti svaniscono, e il nostro corpo, nudo, viene scarnificato mostrando lo scheletro su cui  regge la nostra maschera.

Possibile che siamo tutto questo?

Un ammasso di carne sorretto a malapena da ossa e tendini?

E’ qui allora che accade il miracolo: anche la morte perde il suo volto, anche le ossa si sgretolano sotto i colpi del tempo e non rimane più nulla…..solo dolore!

Ma come è possibile? Siamo dolore?

No! C’è qualcos’altro: c' ’è chi ascolta il dolore!

Noi non siamo il dolore! E il dolore scompare.

Così ci si spoglia anche di questo e resta… il Silenzio Assoluto!

Nessuno ascolta più nulla….siamo il Silenzio! Siamo l’Oscuro Silenzio!

E da qui un fremito….un fermento…. Un ribollire di Gioia! La Verità!

Giove ci rende nuovi e “gioviali”….la Luce si accende! E appare un nuovo volto!

“Nigredo”: è il volto nero di Iside (Nigra sum sed formosa), dea delle trasformazioni, madre di Horus, il Dio (Oro) Luminoso, che testimonia la Vita poiché dalla morte di Osiride, il dio nero, (il cui corpo fu diviso in 13 pezzi, proprio come il numero della tredicesima lama dei tarocchi: La Morte), Lei partorisce la Luce!

Per questo non può esservi realizzazione senza Morte!

Nell’antico Egitto altro simbolo importante legato all’Opera al Nero è lo scarabeo, simbolo anch’esso, come Osiride, di resurrezione.

Gli egizi credevano infatti che lo scarabeo della specie “stercorario” potesse rigenerarsi dalla palla di sterco che l’insetto faceva rotolare davanti a sé.

Lo scarabeo "stercorario"

In effetti lo sterco, come tutte le feci, è qualcosa che dalla putrefazione passa alla fermentazione e quindi diviene nuovamente vita fertilizzando i terreni.

Inoltre, la palla di sterco veniva collegata con il disco solare che “rinasce” dopo la notte: il nome egizio dell’insetto, Kheperer, è simile a quello del dio Khepri, il Sole, che sorge generato dalla Terra.

Ci sono forze titaniche che tengono unito il nostro corpo, ma ce ne sono ancora di più potenti che tengono incatenata la nostra consapevolezza alla piccola e misera condizione di esseri umani senza coscienza, perduti negli affanni quotidiani, rapiti dalle luci illusorie  dei successi dorati, in un gioco di ruolo dove l’Essere diventa Avere.

Compito di ogni uomo è quindi quello di morire a tutto ciò che lo allontana dalla Verità, esercitando le proprie cellule, attraverso la volontà, ad affrontare la Morte.

Ognuno di noi è un atomo divino e attraverso di noi la divinità cerca di esprimere la propria volontà creatrice.

Ma perché tutto ciò possa accadere, dobbiamo ricreare il Tempio dentro noi.

E’ la Merkabah, corpo di Luce, scaturito dalla “notte oscura dell’anima”.

Rappresentazione della Merkabah

Operativamente la “Nigredo” è di vitale importanza in quanto le convinzioni psichiche ed emotive, nel corso del tempo, si sono coagulate nell’intima struttura fisica del nostro corpo.

A causa di questo, il processo di dissoluzione, e di scioglimento di tale legame con il conseguente indebolimento delle “maglie” di resistenza, protese alla sopravvivenza della coscienza egoica, attraverso l’imposizione di un ritmo e di una volontà (flagellazione), permette al verbo di imprimere nelle cellule, nuove informazioni in sostituzione di quelle errate e realizzare così la cosiddetta morte iniziatica.

A proposito di iniziati, l’abito che indossavano gli iniziati ai Misteri, nell’antichità, erano di colore nero.

Tutto ciò per sottolineare che chi si accostava a tali percorsi di trasformazione doveva, prima di ogni altra cosa, morire alla propria storia profana e rinascere come Osiride  dall’interno di una bara.

E’ essenziale, come dicevano i saggi Zen che non si può riempire una coppa già piena e quindi è necessario, prima di ricevere i segreti, svuotare il nostro essere di tutte le sovrastrutture di cui è carico.

Abbiamo prima citato l’importanza del ritmo da dare al processo di “flagellazione” del proprio corpo abitudinario.

Questo riferimento è strettamente connesso con la pratica del “deserto”, lavoro in cui si cerca di ritrovare quello stato di “Silenzio” che porterà in seguito alla liberazione del “Verbo”.

Molte tradizioni parlano di questo riferendosi ad un deserto di 40 giorni.

Periodo in cui, chi lo pratica è tentato dal “demonio” nel desistere dal farlo.

Saturno mangia i figli, come il leone verde mangia il sole.

Ma ciò che sorprende è che sia il ritmo, legato alla ripetitività delle operazioni da praticare a cadenza fissa, che i 40 giorni simbolici di durata, sono entrambi riferimenti temporali: parametri che non fanno altro che richiamare il nome di Kronos-Saturno, come abbiamo già detto, signore del tempo e regolatore dei tempi di Putrefazione.

Alla luce di tutto questo , nonostante la sua importanza, è chiaro che l’Opera al Nero è soltanto la prima delle tre fasi della Grande Opera.

Ognuna di esse in ogni suo aspetto è concatenata all’altra e il loro processo non termina con il compimento della fase al rosso, ma è “ripercorso” dall’alchimista per varie volte (rotazioni) fino alla massima “distillazione” possibile, dopo la quale (decima rotazione), si dice, il ”vaso”non riesca più a contenere la “materia” in essa contenuta, in quanto è diventata talmente sottile  da  fuoriuscire attraverso il “vetro”(trasfigurazione).

Tale materia raggiunge un tale grado di purificazione e perfezione che “…non può essere nemmeno distrutta dal fuoco esterno , anzi il fuoco non fa che aumentare  la sua mirabile forza!”

Oggi, più che mai, giunti alle soglie dell’Era dell’Acquario, sarebbe opportuno che l’umanità cambi i suoi atteggiamenti di fronte alla “Morte”.

Si allontani dalla visone tragica e puerile a cui si è abituata fino ad oggi e non la veda più come la fine di tutto, esorcizzandola con gesti scaramantici o ignorandola completamente per paura; ma la consideri come un’ iniziazione alla Vita e come una reale possibilità per ricominciare a vivere realmente, reintegrandola in una visione più ampia della propria esistenza, come opportunità di trasformazione, di evoluzione e, soprattutto, di rinascita, per prepararci ad un  destino che più ci compete da veri e propri figli di Dio!

 

Eleazar



 

 

 
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